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La raccolta del Museo Nazionale di San Martino, oltre al "Presepe
Cuciniello", comprende altre donazioni, tra cui il nucleo dei Pastori
deformi che "rivelano l'inclinazione specifica del collezionista volta al
recupero di una componente abnorme e malata della natura umana, un filone
presente nell'arte del Seicento che menerà fino ai Mostri della Villa
Palagonia" ( Cfr., T. Fittipaldi, Il presepe napoletano nel Museo di San
Martino, Electa Napoli 1988).
Chi
sa quale curiosità avrebbero suscitato nell'ignoto collezionista del legato
Carrara questi mostri diavoli dei fratelli Scuotto. In esposizione, a
partire dal sei dicembre, nella chiesa di S. Severo al Pendino ce ne saranno più
di cento. Un caleidoscopio di figure davvero impressionante. Diavoli di
ogni tipo, con fogge e atteggiamenti come si conviene alla tradizione. Di un
realismo esasperante. Con tanto di corna caprine ritorte in vario modo o con
puntuti unicorni o ancora con canini aguzzi su pelle diafana; nasi adunchi,
zanne e orecchie a punta, tronchi levigati, mani invitanti, sguardi intensi,
accesi, pronti a ghermire e a risucchiare lo spettatore nell'empito dei loro
gesti, scolpiti con dotta maestria. C'è il diavolo nero, il diavolo bianco, il
diavolo in volo con ali di pipistrello simile al demone etrusco Tuchulca, il
diavolo irato, il diavolo lussurioso, il diavolo rosso, il diavolo ermafrodito
che si inebria di se stesso, ostentando le sue oscenità naturali con sfacciata
protervia: insomma, una campionatura di tutto rispetto, curata nei minimi
dettagli. Sembra di essere piombati improvvisamente nel pieno di un girone
infernale, e di lontano sentire venire gemiti e sussulti raccapriccianti, e la
voce del Pluto di turno che esclama: «Pape Satàn, pape Satàn aleppe!».
Nessun artista pastoraro fino ad ora aveva pensato di assimilare una così varia
e multiforme folla di angeli decaduti a mostruosità dannate.
Al
più, la tradizione presepiale settecentesca, da Giuseppe Sanmartino a Francesco
Celebrano, da Lorenzo Mosca a Giuseppe De Luca, da Francesco Viva a Francesco
Gallo, ci aveva consegnato una umanità derelitta: storpi, ciechi con le
cataratte, straccioni, mendicanti, nani deformi, guerci, ecc., una umanità cioè
che era l'esatta copia di consistenti frange della popolazione napoletana del
Settecento. Altrimenti non si comprenderebbero le istanze rinnovatrici
dell'epoca carolina: prova ne è, tra le altre, la costruzione dell'Albergo
dei poveri a Napoli dell’architetto Ferdinando Fuga, "un'istituzione
che segue di poco l'esempio palermitano (progetto di Orazio Furetto del
1746)" (Cfr., S. Pinto, la promozione delle arti negli Stati italiani,
Einaudi editore, Torino 1982), destinata ad eliminare l'accattonaggio dalla
capitale.
Il
gusto comunque per l'abnorme e per il deforme così vivo nel Seicento, e che nel
Settecento fu tradotto in forme stereotipate, svuotato di ogni contenuto
sociale, ingentilito, di sapore scenografico, veniva da lontano: dalle
reminiscenze di un tardo barocchismo che, a sua volta, affondava le radici nella
puntigliosa catalogazione del De humana physiognomiae di Giambattista
Della Porta, nella Physica curiosa sive mirabilia naturae di Kaspar
Schott in cui il gesuita tedesco, in forma seria e scherzosa, "descrive un
ordine taumatologico (angeli e demoni, energumeni, mostri, animali esotici,
segreti e dogmi, metereologia, rarità fitologiche e fossili)" (Cfr., M.
Brusatin, Arte della meraviglia, Einaudi Editore, Torino 1986). Alle
descrizioni facevano seguito non disprezzabili incisioni che documentavano vari
aborti di natura, ogni sorta di teratoma umano, ogni capriccio o enfasi
naturale. Sicuramente gli artisti del Settecento per le loro opere hanno tenuto
conto delle indicazioni ed esemplificazioni della pseudo-scienza seicentesca e
delle numerose figurazioni pittoriche di autori come lo Spagnoletto e il
Bamboccio (celebri, l'Autoritratto in forma di diavolo e il Demone che
appare ad un alchimista, entrambi a New York in collezioni private ) o delle
sculture di Federico Zuccari, di Cosimo Fanzago e di tanti altri ancora, ma le
hanno, per dir così, illegiadrite, caricandole di un pathos consono ai
tempi nuovi con una languida trasfigurazione poetica che "spesso scambia
forme barocchette grandiose o una ripresa del manierismo cinquecentesco con una
nuova e piena conquista di moderna classicità" (Cfr., W. Binni, Caratteri
e fasi della letteratura italiana nel Settecento, Garzanti editore, Milano
1968). Del resto, siamo in piena epoca della tanto idealizzata regione greca
dell'Arcadia. Il realismo raccapricciante del memento mori di Jacopo
Ligozzi si muta nel nostalgico e pensoso atteggiamento presente nel lavoro di
Poussin del Louvre, Et in Arcadia ego. Nel quadro dell'artista francese
infatti, come ci ricorda Erwin Panofsky (Il significato delle arti visive,
Einaudi editore, Torino 1962) "l'elemento di dramma e sorpresa è
scomparso... è intervenuto un mutamento fondamentale... I pastori d'Arcadia non
tanto ascoltano un terribile monito per il futuro, quanto invece meditano
soavemente su un dolce passato. Sembrano pensare meno a sé che a colui che è
sepolto entro la tomba: un essere umano che ha goduto un tempo i piaceri che
loro stessi stanno godendo e la cui tomba 'li spinge a ricordarsi della loro
fine' solo in quanto evoca il ricordo di chi è stato ciò che essi sono
ora".
A
queste istanze trasposte rimandano in qualche modo i pastori della grande
tradizione del Settecento-Ottocento napoletano che si configurano "in un
accordo preciso e strettissimo fra una mentalità razionalistica e una
sentimentalità idillica e patetica, fra senso lieto di un ritmo vitale, nitido,
caldo, pauroso di eccessi e di dilatazioni dispersive" (Cfr., W. Binni, op.
cit.). Insomma, in una calda quanto vaga rappresentazione sentimentale,
espunta di ogni vigorosa denuncia sociale.
Di
queste ascendenze culturali, e soprattutto dell'arte presepiale del Settecento,
la bottega degli Scuotto, avendo i tre fratelli frequentato il Liceo Artistico e
l'Accademia di BB. AA., ne è, senz'altro, consapevole. E forse a loro si deve
l'idea di recuperare un profilo della grande tradizione artigianale napoletana,
quella dei pastori, altrimenti destinata a una stanca ripetizione. Dopo anni di
esercizio e di studio, il loro industre lavoro è stato premiato. Le recenti
commesse, i circa 150 pastori realizzati "para el belén
napolitano de patrimonio nacional" di Juan Carlos di Borbone, re di
Spagna, per la reggia di Madrid, la Nativité per il Museo di Frontignan
la Peyrade e un'altra Natività per il complesso presepiale del colto e
raffinato mecenate Robert Leon di Montpellier (Francia), non sono che alcuni
esempi. Da anni infatti la loro bottega è meta di appassionati collezionisti,
giapponesi inclusi, che, più che accalcarsi
nel cardine di S. Gregorio Armeno, preferiscono visitare La
scarabattola, come i fratelli Scuotto hanno chiamato il loro spazio
operativo sito a metà del Decumano superiore, dove è possibile ammirare con
quanta cura e con quanta passione essi si dedicano a creare dei pezzi unici che,
in seguito, rivestiti di broccato o di semplici panni, saranno un godimento per
gli occhi di quanti frequentano il loro laboratorio. Qual è la ragione di
questo successo commerciale? Che ruolo giuoca la tradizione e quanto invece
l'innovazione? Certo, i pastori dei fratelli Scuotto sono un prodotto di alta
qualità artigianale. Pezzi unici, ma basta questo a spiegarne il successo? La
novità, ed è una novità di fatto, è che essi hanno saputo rielaborare
l’universo delle figure presepiali, senza cadere nel formalismo della
tradizione, senza cioè conformarsi alla stanca stilizzazione e tipicizzazione
dei personaggi.
È
stato il loro un attento lavoro di ridisegnazione e di aggiornamento. I
personaggi sono infatti tratti dal vivo della popolazione napoletana. Prova ne
è Giacomino, la loro maschera emblema. C'è nei loro pastori un variare di
figure, di atteggiamenti, di felici espressioni visive che ben si ritrova nell'humus
della popolazione partenopea, colta nei suoi pregi e difetti. Senza mai
cadere nella stanca ripetizione. Insomma i pastori, che Salvatore e
i fratelli realizzano, non hanno più nulla in comune con la tradizione,
se non le procedure artigianali. Le figure e le composizioni si sono
completamente rinnovate. I loro personaggi sono la rappresentazione di un mondo
vivo, presente, ricco di sfumature, senza bamboleggiamenti idilliaci o patetici,
e, come questa mostra ben documenta, il presepe si è arricchito di una nuova
personificazione: il Diavolo. Non è certo, e non solo, il Diavolo
della cultura religiosa, ma la trasposizione dei nostri sogni e incubi presenti
e futuri: incarna lo scontro tra corpo e potere, tra vita e morte, tra
distruzione del corpo e enfatico languore, anche erotico, che ne consegue. Per
questo ci atterrisce e insieme ci affascina. Il tema trattato, che a prima vista
potrebbe far pensare a uno dei tanti film orrorosi dell’industria
cinematografica, è invece senz’altro più vicino alla poetica
dell’antipresepe presente nell’ultimo tenero film d’animazione, per
l’appunto ambientato a Napoli, di Vincenzo D’Alò. Il Diavolo è, in
altri termini, la metafora della nostra società, del malessere presente nelle
periferie urbane e delle paure che vivono nei recessi più segreti dell'anima.
Per esorcizzarlo, oltre che come memento mori della attuale condizione
postmoderna, i fratelli Scuotto, non senza ironia, propongono di schiacciarlo,
di metterlo "sotto il tacco", inserendolo a mo' di cariatide in una
scarpa femminile. Presto vedremo dei diavoli viaggiare, imprigionati, nelle
calzature. Alla meraviglia si aggiungerà lo stupore. E, senz'altro, ci
chiederemo a quale stilista si deve la novità. Nessun stilista, né
italiano né straniero. La novità è dei fratelli Scuotto, di Salvatore,
Raffaele ed Emanuele, a cui recentemente si è aggiunta anche la sorella Anna
come costumista. Dai pastori, la banda della Scarabattola è
passata alle calzature. Una novità che, di certo, impone una spiegazione. Come
pastorali, per quanto di alto livello, il lavoro di bottega dei
fratelli Scuotto si era già ampiamente affermato. Esigeva però un
ammodernamento, un restyling di immagine, spinto
fino alle soglie dell'inverosimile. Quale migliore occasione per
rispolverare l'immaginario collettivo che, in tutti noi, suscita il diavolo? Da
qui la felice intuizione, da un lato, di impinguire la folla dei personaggi che
in processione
si dirige verso la grotta con la presenza del diavolo tentatore che si
rode il fegato perché non fa parte del mistero della Natività, e,
dall'altro, di invadere il campo del design e della moda,
proponendosi alla produzione seriale. L'ipotesi ha un suo fascino. Dimostra cioè
che, per non restare confinati nella etichetta di raffinati artigiani, le
capacità manageriali e le idee dei fratelli Scuotto possono, in qualche modo,
servire da esempio per non restare abbarbicati alla snervante routine
ripetitiva. Un modo per uscirne c'è. Basta cioè creare il nesso tra vecchio e
nuovo, e prospettare nuove soluzioni.
E
difatti il modernissimo mezzo di comunicazione che gli Scuotto hanno adottato
per presentarsi e promuoversi, il web,
ha generato un inaspettato ed intenso dialogo via e-mail. C’è chi lo
considera "un alato spirito notturno", chi "un vento sottile
gelato", chi "il male, il vizio, la colpa, l'immortalità, la
vergogna". Chi lo riconosce nella "porta che... (apre)... lo
scrigno/segreto del cielo", chi ne "l'uomo che ... trama d'uccidere
chi non l'ama", chi in quello che "preda, spoglia, spreme e ingrassa
per la sua opulenza". Chi, ancora, come Chiara Graziani, nel suo racconto
l'ha concepito come il Nemico, in perenne lotta con l'umanità femminile.
E sarà proprio quest'ultima alla fine a vincere, in virtù della forza che si
palesa nell'urlo che precede il concepimento del proprio nascituro. Mai finora Lucifero,
questo angelo decaduto, aveva avuto una così varia e molteplice
personificazione. L'immaginario collettivo si è sbizzarrito, è stato un coro
unanime che ha partecipato all'invito del sito della Scarabattola. La
lotta tra bene e male si è mutata così nello sconfinamento della morte nella
vita. Per vincere la minaccia del sovrannaturale, l'ansia che l'attuale società
tecnologica ci procura, bisogna, come ci suggeriscono i fratelli Scuotto, saper
conoscere le derive in cui il maligno si annida, fosse anche nelle
scarpe. Migliore suggerimento da artisti-artigiani non poteva venirci. Ciò è
maturo segno di intelligenza, oltre che di capacità di lavoro e di lineare
progettazione.
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