La Scvarabattola la Bottega a Napoli
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Parrucchetta e il segreto del Mondo
Racconto fantastico di
Chiara Graziani  

  La maggior punizione l’ebbe la Donna. Quando Dio cacciò Adamo ed Eva dal paradiso terrestre per la loro ribellione riservò il peso maggiore del vivere alla donna. Se lui fu punito con il peso del lavoro e la sterilità della terra, a lei furono riservate le catene dell’amore per il suo uomo. La sofferenza del parto, a fronte di questa vera condanna biblica, è poca ed episodica cosa. E come nelle punizioni più esemplari, e senza speranza, il peso esistenziale riservato alla donna è espiazione ignota. Se tutti conoscono le parole "e tu donna, partorirai con dolore..." praticamente chiunque ignora come il discorso finì. Finì, dunque, così.
 Disse il Signore: "E il tuo amore sarà per il tuo uomo e lui lo userà per tenerti sottomessa".
 Questo fu il dono che il Diavolo portò alla Donna. Generare con dolore e nella solitudine. Il Maligno cercò di lei perché è sui migliori che si accanisce e riporta le vittorie più grandi, perché ritorce contro loro la forza delle loro stesse qualità. Curiosità, intelligenza, rifiuto della sazietà della mente. Il Demonio temeva la Donna e la tentò. E la prima vittoria fu la sua.
 E la Donna si incamminò nel mondo compagna alla fatica, al ripudio, debole fra i deboli della terra. Aggiogata all’uomo per ogni necessità, sottomessa nonostante l’essere indispensabile a lui. Simbolo e paradigma di ogni fragilità se vedova. Nessuno è più abbandonato ed inerme di una vedova. Fu necessario che Dio scrivesse nel suo libro: "padre dell’orfano e difensore della vedova è Dio nella sua santa dimora". Perché il Demonio, avendola sconfitta una volta, non prevalesse sull’inanità della sua fatica.
 Ma il duello era aperto. Il Demonio e la Vedova. Il Maligno e colei che genera con dolore e nella solitudine. La distruzione e la creazione, la Fine cominciò ad inseguire il Principio, sicuro della sua velocità, della sua scaltrezza e della sua sapienza. Satana, di tutti i suoi nomi, ne scelse allora uno per vincere la sua guerra: Il Nascosto. E così credette che la vittoria sarebbe stata sua. Come Nascosto ha sempre insidiato la Donna per distruggere l’opera perfetta, la creazione che le è affidata dal concepimento. Finché la Donna proteggerà la creazione il Nascosto sarà sconfitto. La Fine non prevarrà sul Principio.


 Il Nascosto scatenò, allora, ogni genere di male. Sangue, dolore, abbandono, violenza, miseria, scorrerie, il prestito dell’usuraio, pestilenze ed ignoranza. L’infedeltà e la viltà dell’uomo piccolo arrivarono a nuocere fin dove la devastazione del potente non poteva neppure sognare di arrivare, avvelenando la pace dai cuscini delle camere da letto. Nelle case, nelle anticamere dei tribunali, nelle camerate degli infermi, nelle strade, nei fugaci attimi comuni di estranei destinati a toccarsi e non vedersi mai più. Mise l’interesse di uno contro il bene di molti e insidiò il cuore dei molti perché fosse accecato dall’interesse e perché l’interesse passasse per bene.
Ingrassò ogni equivoco, rese appetibile ogni briciola fosse da contendere e creò il monopolio dei mediocri sulle briciole. Ebbe alleato il potente ma nessuno gli fu più alleato, ed alleato più formidabile, dei meschini raccattabriciole dietro la cui stoltezza - che gridava incessantemente "Così deve essere, così è sempre stato" - nascose perfettamente la sua scaltrezza perfetta.


 Generò così, il Nascosto, un coro di dolore tale, dalle generazioni e dai tempi, da annichilire chiunque potesse ascoltarlo. Spalancò le dighe delle arti sue e liberò un oceano di dolore tale che avrebbe incenerito chi fosse riuscito a guardarci dentro. Neppure lui stesso osava ascoltare quel grido e guardare in quell’abisso. Ma l’opera non veniva mai compiuta. La Fine non raggiungeva il Principio.
 Il Nascosto decise allora di capire perché. La sua sapienza infinita non gli dava, infatti, risposte. Andò nel profondo della Terra dove stava chiuso l’Urlo. Appena più in fondo era sigillato l’Abisso. Andò alla caverna dell’Urlo e batté sulla pietra che la sigillava. Non si aprì subito e, alla fine, lo fece con la lentezza di un germoglio che si apre. Quando la fessura fu grande tanto da far passare un raggio di luce, allora lo sentì.
 Era un pianto infantile sommesso. Cominciò a crescere di intensità, in disperazione, in dolore, mano mano che l’apertura nella grotta lo liberava ad ogni istante più intenso, più doloroso. Andava e veniva ad onde sempre più frequenti, sempre più alte, veloci, incalzanti.
 Nel deserto sottoterra solo il Nascosto ascoltava quel crescere di pianto folle di un bambino abbandonato. Un bambino che moriva. Un’agonia eterna, inerme, senza speranza, totalmente innocente, inascoltata. Ed il Nascosto ancora non capiva perché il Principio sfuggisse alla Fine che attanagliava l’innocente.
 Fu a questo punto che vide. Vide una creatura magra e miserabile, calzata di zoccoli, ancora giovane ma con le mani sciupate dalla fatica ed i capelli coperti da uno straccio. Aveva un bambino in braccio ed il bambino piangeva di paura. Il Nascosto vide, poi, un soldato nero ed una piazza davanti ad una chiesa, cadaverini che bruciavano sotto un rogo di panche. Il soldato nero, micidiale, imponente, feroce, voleva anche il bambinetto di quella contadinuccia goffa. Il Nascosto guardò verso di lei pronto allo scempio e, d’improvviso, non la riconobbe più.
 Gli occhi umili s’erano fatti acuti come quelli di una faina di notte, le mani povere, pronte e flessibili come quelle delle scimmie che saltano dai rami, le gambe corte, veloci e robuste come ali. E la sua mente - vi vide dentro un attimo - era lucida come uno specchio.
 Il Nascosto dovette girare gli occhi, non riusciva più a vedere nella mente della Donna che splendeva come un sole, inconoscibile per il Demonio che non reggeva più il fulgore dei suoi pensieri.
 La vide, però, correre via, cercare la nicchia degli utensili dietro la porta della stalla. La vide nascondervi il bambino ordinandogli, sapendo di essere ubbidita, di non fiatare e non muoversi. La vide correre fuori in tempo per trovarsi davanti il soldato-gigante ed affrontarlo.  Non scappò via, gli corse incontro, furiosa. Poi si tolse uno zoccolo e lo fece volare verso l’elmo di ferro. Solo allora scappò via e la morte le fu dietro, furiosa. La raggiunse lontano dalla stalla, la macellò violentemente. Il sangue fu ovunque. E, in quell’istante, il grido assurdo si placò.
 Dalla fessura uscirono due singhiozzi liberatori. L’Urlo tacque. La sofferenza del Mondo s’era placata per un secondo. Quella contadina goffa e ignorante l’aveva vinto, respinto fino al prossimo assalto. Il Nascosto, Satana la Fine, non aveva ucciso il Principio. La seconda vittoria fu, allora, della Donna.
 Si abbandonò ad una collera malvagia che lo saziò e ristorò fino al midollo. E si ritirò, ancora più nascosto, negli angoli della mente dei potenti illuminati, nelle frustrazioni degli aggiogati dalla vita, nei desideri piccoli ma pronti a crescere, ogni volta, un gradino oltre il raggiungibile, ingigantendosi a dismisura oltre la capienza di una sola esistenza umana.

Impalpabile come il fumo il Nascosto impregnò di sè aspirazioni giuste e bisogni naturali, dando loro l’odore delle frustrazioni, dei fallimenti, dell’arroganza. Su questo castello di mediocrità aggressive il Nascosto generò il suo inganno maggiore. Manifestarsi invisibile.    Un’Epifania capovolta, oscura e maledetta, alla quale tutti assisterono ma nessuno vide.
 L’Epifania del Nascosto fu il suo capolavoro. Imperfetto, però, come tutte le sue opere, fu annunciato da due, tre fioche voci che, anzi, ne rafforzarono il trionfo. Se i saggi restano soli, allora un mondo di pazzi ha il diritto di proclamarsi savio. I due, tre saggi finirono sacrificati all’Epifania del Nascosto, crocifissi dallo scherno e dalla violenza.
 Non volle essere bello, il Nascosto, proprio per schernire meglio il mediocre che, per fretta di opportunismo, si convinse di vederlo sorgere come un sole. Non volle esser forte, per deridere meglio chi lo vedeva invincibile. Non volle essere neppure acuto, o sapiente: scelse di essere banale, prevedibile e ridicolo. Uno sgorbio. E così trionfò del tutto, idolo senza qualità, innalzato da paura e mediocrità. E, soprattutto, godette del suo trionfo perché poté ridere della bestiolina opportunista che lo innalzava. La sua risata fu il trionfo maggiore. Rise e si disse che aveva vinto. Anche la Donna sarebbe caduta.


 Quel che aveva fatto organizzare ai re, ai cortigiani, agli insipienti, ai vili, lo stabilì allora come legge alla luce del sole. Il sospetto, l’aggressione, la sopraffazione, nacquero dalle piccole cose e della regole quotidiane, così che tutti ne ebbero le mani sporche. E quando ebbe sporcato ogni vivente, completò l’opera alla quale quasi nessuno, gioiosamente, si rifiutò. Uccidere il Principio, farsi Fine per conto del Nascosto.
I treni si riempirono di povere anime pronte ad azzannarsi per strappare un minuto all’esistenza. Padri con figli, mariti con mogli, amico con amico, fratello e sorella: nulla del cuore dell’uomo fu risparmiato, tutto fu sporcato, ogni amore si rivoltò contro il suo amore, ogni legame fu negato. La Fine aveva già agguantato il Principio.
 Ma un cuore non si piegò. Il Nascosto guardò verso l’oceano di dolore che aveva suscitato e lo vide. Era un povero cuore già molto stanco, una donna arrivata in treno da una campagna lontana e che sapeva solo scrivere il suo nome. Aveva con sè un bimbetto pallido con poca voce per piangere e più nessun marito. La Donna e il bambino stavano chiusi in un quartiere-recinto, dove esseri umani prigionieri ed espulsi avevano ricostruito un mondo di vessazioni uguale a quello che li aveva ripudiati. Ultima nell’altro mondo, ultima in questo mondo di prigionieri, la Donna moriva di fame, ma ogni boccone rubato era per il suo sgorbietto. Il Demonio la guardò e decise di tentarla.


 Quel poco cibo che riusciva a rubare le mancò. Se prima riusciva a dividere tre bocconi in parti diseguali - due a lui, uno a lei - c’erano giorni in cui non trovava nulla. Chiuse il cuore a quelli che già l’avevano ascoltata pregare, sollevò contro di lei l’invidia di chi pensava avesse avuto troppo. La Donna piangeva e pregava giorno e notte di morire.
Un giorno sentì bussare alla porta. Una divisa rimediata, un kapo’ d’anime, eletto sulla debolezza, servo di aguzzini convinto di aver comprato la sua salvezza. E anche la Donna voleva comprare. Ti prendo con me, le disse, basta fame, basta terrore. Ma il marmocchio no . Non lo voglio. Lascia che si infili sotto il muro di notte, qualcuno avrà pietà di lui, se se la merita. Tu ne avrai un altro, forte, sano e non avrai più paura. Mai più paura, mai più fame, mai più freddo. Ed un altro figlio. Devi solo lasciare questo. È egoista, succhia ogni tua forza, ogni briciola, senza rimorso. È un parassita, prima t’ha succhiato le viscere ora vuole finirti. Tu meriti di vivere. Puoi tornare bella.
  Il Nascosto la guardava mentre la tentava. Lei ascoltava a testa bassa e lui pregustava il trionfo della sua opera, il compimento. Sentiva di aver messo le unghie sul Principio. Ma dovette smettere di guardare. Di nuovo restò accecato ma stavolta non fu la mente, ma il cuore della Donna ad abbagliarlo: di nuovo tutto quello che era in Lei gli fu invisibile, insostenibile. Vide solo il kapò che se ne andava e la Donna sdraiarsi sul letto con il suo sgorbietto. L’ultimo boccone lo dette a lui.
 Di nuovo la vittoria era stata della Donna. La collera del Demonio fu immensa. Anche soccombendo la Donna lo vinceva. Più la schiacciava e più lei prevaleva. Per quanto male le avesse inflitto perfino la sua morte era il suo trionfo. Doveva piegare il suo cuore, ucciderla non serviva a nulla.
 Non bastava l’odio. Ci voleva l’amore. Non bastava la paura, ci voleva il coraggio. Non bastava l’accanimento, occorreva la dedizione, la tenerezza addirittura. Non bastava la schiavitù? Avrebbero avuto la liberazione. E pensò al nuovo inganno: dopo l’Epifania nascosta, l’Epifania capovolta. E fra i suoi nomi ne scelse un secondo per vincere la sua guerra: Il Capovolto.

 Così il Nascosto Capovolto fabbricò un simulacro d’amore, in nome del quale celebrare tutti i sacrifici buoni e giusti. Se l’inferno non era bastato creò un paradiso. Promise a tutti un posto di liberazione, disse ai poveri che sarebbero stati sazi, ai ricchi che avrebbero vissuto senza rimorsi verso i poveri, ai soldati promise orizzonti di guerre sante, ai preti un mondo dove Dio, uno a piacere, sarebbe stato adorato ad ogni crocicchio. La stessa cosa promise ai rivoluzionari. Ai potenti suggerì che il loro dominio sarebbe stato benedetto dalle necessità della Storia che li avrebbe resi eterni ed eternamente ricordati, ai burocrati assicurò che sarebbero stati la spina dorsale di cemento dell’universo. Agli intellettuali disse che tutto questo avrebbe avuto bisogno di loro, cosa che non li commosse punto dato che lo sapevano già. Agli artisti promise che la forza della loro arte non sarebbe mai stata messa in dubbio da nessuno. Ogni contadino, pezzente, lazzaro, analfabeta avrebbe avuto la sua parte di paradiso. Tutti strinsero un patto in nome di quella felicità futura ed ognuno iniziò a sorvegliare che l’altro non dimenticasse.
C’era solo, aggiunse, da spazzare via il nemico.
 E come lo riconosceremo, chiesero pieni d’amore lazzari, potenti, filosofi, preti, soldati, burocrati, rivoluzionari e conservatori? Gli intellettuali già lo sapevano prima che lo suggerisse il Capovolto. Lo riconoscerete sempre, perché sarà diverso da voi. Come potrà nascondersi? Avrà il naso schiacciato o troppo lungo. Sarà nero o pregherà in modo diverso da voi. Voi sarete belli e lui brutto. Voi sarete forti e lui debole. Voi sarete sani e lui malato. Dalla vostra parte sarà il diritto della forza ed anche da questo riconoscerete il nemico. Perché lui sarà sempre dalla parte sbagliata. Non avrà terra, non avrà dignità, non avrà nome.
 E per completare l’opera sua il Nascosto andò anche dal nemico. E a lui promise che avrebbe prevalso su tutti gli altri abitando in una terra sua dove nessuno lo avrebbe più ferito e offeso. Bastava spazzare via chi lo minacciava.

 Una falange d’amore e di buona volontà si gettò allora sul mondo e lo fece gioiosamente a pezzi per ricostruirlo migliore. Camion carichi di bambini deformi e di dementi si allontanavano carichi e tornavano vuoti. Le donne più belle venivano fatte figliare ed i bambini venivano chiusi in castelli dove le loro doti venivano studiate e coltivate. I gracili venivano amorosamente eliminati col veleno: alcuni vennero lasciati morire di fame nello zelo di capire la loro resistenza, a profitto della scienza. Gli altri furono prima valutati in forza, poi, con l’età, in intelligenza e bellezza. Ad ognuno venne assegnato un ruolo nel paradiso a venire. Onesto faticatore, riproduttore, buon caporale, aristocratico, tutto veniva con amore organizzato e previsto per il meglio.
 Ogni diverso fu amorevolmente, santamente, estirpato, ucciso e reso sterile in nome della legge. E la loro morte fu resa preziosa. I gemelli furono uccisi con due agonie diverse per provare se fossero uguali anche nella fibra, cosa che fece molto progredire la medicina. Alle madri fu fasciato il seno e impedito di allattare il piccolo che moriva e fu estremamente interessante prendere nota di quell’agonia doppia che rendeva studiabile, come sul tavolo di un medico legale, non solo la fisiologia ma la stessa anima che si contorceva nella prova. Cosa che fece fare grandi progressi alle scienze sociali.
 Nulla fu trascurato per progredire. Perfino la qualità della pelle umana fu saggiata. E per ricordare la lezione sul nemico anche quando non ne sarebbe rimasto più uno, prima o poi sarebbe successo, si provvedette a scuoiare quelli giunti alla morte in condizioni migliori. Con la loro pelle furono rivestiti cuscini e lampade. Con le loro ossa si arrivò a ricavare un tavolinetto perché guai a chi perde la memoria del passato, accecato dalla vittoria. Un fetino dalla mezza testa fu immerso in un conservante trasparente, dentro una boccia di cristallo e ne fu fatto un fermacarte.

 Il nemico, cacciato per ogni dove, cercò un riparo e volle quello che il Capovolto gli aveva promesso: una terra circondata da mura, fiumi e fossati. Là si chiuse e mise sentinelle sulle mura giorno e notte. La paura era la sua padrona. E quando non gli bastò più sorvegliare le mura guardando fuori, mise guardie ad ogni strada, finché nessuno poté più camminare per il paese senza essere ucciso.
 Il NascostoCapovolto guardò tutto questo e vide che con le sue mani non avrebbe potuto fare di meglio.
 Ma un giorno che si beava della sua perfetta distruzione si avvide che qualche cosa mancava in quella sinfonia di strazio capovolto. Come se alla composizione mancasse un’entrata proprio nel momento in cui Il Nascosto la pregustava. Guardò meglio e trovò dove il tessuto dell’arte sua era rotto: mancava al coro di dolore la voce di un esserino malfatto, con una testa enorme. Ne catturò l’odore in aria e lo seguì come una belva feroce in mezzo alle campagne fino ad una porta .
 Ed ancora trovò la Donna. La stessa che aveva lanciato lo zoccolo al soldato, quella che era morta con suo figlio piuttosto che abbandonarlo. Teneva il mostriciattolo in grembo, nonostante i divieti, il terrore, i bandi perché i malnati venissero affidati alla pietà dello Stato come aveva previdentemente stabilito la legge già tanti anni prima. Lo cullava, lo baciava, zittendolo con mille nomi dolcissimi perché nessuno, sentendolo, lo scoprisse. Cercò di leggerle il cuore ma, ancora, fu come guardare uno specchio puntato a mezzogiorno. Di nuovo la Donna, di nuovo inconoscibile, inguardabile. Il Mistero della Donna, che curava il dolore eterno del Mondo, lo avrebbe sempre sconfitto. Fino a quando non fosse riuscito a guardarci dentro avrebbe sempre perso. La lasciò. E, come NascostoCapovolto, si dette a cercare il Mistero dentro al quale non riusciva a guardare.

Viaggiò molto a lungo. Navigò, camminò, cavalcò, volò, in un mondo che non poteva vederlo nonostante i suoi segni fossero ovunque: guerre sante contro guerre profane, la forza che dava la misura della giustizia, l’arroganza che spossava la mitezza, la giustizia sorda, l’opportunismo che rendeva santa la scorreria e, cemento di tutto, ancora il coro incessante dei raccattabriciole che gridava senza sosta da ogni angolo del creato: "Così deve essere, così è sempre stato".
 Ma ovunque andasse, per quanto dolore a cattedrali avesse edificato non riusciva a trovare il luogo in cui capire come il Mistero toccava la Donna rendendola inconoscibile.
 Ma un giorno arrivò ad una collina di smeraldo sul mare dove era costruita una città in salita verso il cielo.
 Sedette ai lati di un sentiero, a metà via, e si disse che era lì che doveva aspettare. Il Nascosto Capovolto sentiva che il Mistero sarebbe passato da là, proprio da quella stradina che bucava il verde scendendo dal cielo. Passò un corteo di dame pie; tornavano da far del bene ed andavano a farne ancora. Ma non erano loro ad avere il Mistero con sé. Passò una regina piissima, viso nobile da esiliata, anima piena di amor di Dio e di buone disposizioni per il prossimo, nate nella sofferenza ingiusta e per questo ancora più nobili. Ma neppure con lei era il Mistero. Gli passò accanto senza vederlo e lui non si mostrò.

 Poi Lo sentì.
Lo sentì senza equivoci possibili. Il Mistero era con la Donna che stava sopraggiungendo. Ma il NascostoCapovolto non era pronto a quel che gli si mostrò.
 Piedi scalzi, nessuna biancheria sotto il sacco nero che la vestiva da capo a piedi legato in vita con un cordone, la testa coperta di sacco nero, gli occhi bassi. Mai avuto un marito, mai uscita dalla casa del padre. Mai imparato di lettere. Mai raffinato la parlata. Mai visto o percorso mondo oltre quel che le era stato comandato ed indicato da padre e confessore. Magra, ossuta, testa rasata, con un gozzo sostenuto da fasce, in viso le tracce di due agonie scampate nell’infanzia. Brutta. Eppure camminava con il Mistero.
 Ma il NascostoCapovolto non sapeva come guardarle dentro.
 Fu Lei, però, a vedere lui. Si fermò e lo guardò.
 "Parrucchetta, bestiolina - gli disse - levati da lì"
 E rise.

 L’aveva visto e rideva di lui. Senza paura. Quasi bella per l’allegria. Se tutto il mondo l’avesse chiamato così, Parucchetta, nessun dolore sarebbe più stato possibile. Il Nascosto sarebbe stato visto da tutti e sarebbe stato lo zimbello dell’uomo. Parrucchetta. Bruciando per l’offesa seguì Lei che non lo pensava. Pieno di collera e desiderio di nuocere la vide nella sua casa, seduta a cucire, una popolana gozzuta senza scienza e senza doti. Cantava e cuciva.
 Ad un certo punto la vide prendere in braccio un bambolotto di legno al quale aveva cucito una vestina di seta candida. Lo baciò, lo ninnò, gli cantò. Poi gli disse, con una canzone nella voce: "Ninno mio, Ninno bello, come faccio a vestirti se mi chiudi le braccine?"
  E il Signore le aprì le braccia. E Lei lo vestì. Dio le offriva il piedino per essere calzato e lei gli mise calzette di seta. Il Signore degli Eserciti la guardava tenerello, braccine aperte, inerme e bisognoso di tutto. E lei lo abbracciò per la gioia di sentire quelle manine al collo. Le manine del Padre nostro che sta nei cieli e che stava lì, in grembo a questa Donna. Perché Dio aveva bisogno di Lei. E Lei di Dio. Parrucchetta capì il Mistero.
 Che era questo: Dio e la Donna amavano allo stesso modo. Erano Uno lo specchio dell’Altra. Di più. Il loro Amore era della stessa sostanza e la Donna, amando la sua creatura, mostrava al mondo in che modo ama Dio. Non avrebbe mai sconfitto la Donna perché Dio punendola Le aveva dato, a Lei e solo a Lei, di amare come ama l’Altissimo che ebbe bisogno, per amore, di generare il mondo. A Lei, e solo a Lei condannata a partorire nella solitudine, il Creatore, Il Re dei Re, L’Eterno, il Dio degli Eserciti, l’Onnisciente, l’Io Sono, aveva regalato il suo nome più bello, il più possente. Quello che vince il mondo.

  Ninno mio. Bambino mio.

  Come finì la storia?

 Nessun prete scrisse mai quel nome fra quelli del Libro le cui chiavi tenne ben strette. La Donna dovette scontare quel dono eterno che è il suo sigillo su questa terra, il dono che, misteriosamente, la innalza asservendola.
Il suo amore, della stessa sostanza di quello del Creatore, fu sempre usato per tenerla sottomessa, padre, marito, confessore che fosse. Perché dove non è arrivato Parrucchetta, arrivò - arriverà sempre - il suo uomo.
Ma questa è un'altra storia.

 

Chiara Graziani