La Scvarabattola la Bottega a Napoli

 vai al motore interno

                                                                                                              

 O' RIAVULO  di Giancarlo MARESCA

    
   Che venga a tirarci i piedi e troverà pane per i suoi denti. Noi napoletani ci abbiamo sempre scherzato, lo abbiamo schernito, rappresentato, cercato ma evitando di prenderlo troppo sul serio ci siamo tenuti al riparo dalle sue trappole più atroci. Nella nostra tradizione, non si tratta propriamente del Maligno, ma di un monito ad una rilassatezza morale che siamo abituati a riconoscerci: è il senso di colpa per aver anteposto il piacere al dovere, la cura alla prevenzione, il presente al futuro. Cos'è il Pulcinella, se non una vittima cosciente e divertita di ogni tentazione? Avrà poi tempo e modo di curare il male che verrà o di scaricarne la colpa e le conseguenze su qualche altro, diventando tentatore o ingannatore a propria volta. Disillusi per nascita da legioni di lingue mielose che ci hanno promesso da secoli un riscatto in cambio dell'anima, ai napoletani un diavolo non sembra cosa rara o terribile. Quanto agli incidenti quotidiani, sarà il diavolo che ci ha messo la coda, ma resta un'ottima occasione per giocare un terno. Insomma, non tutti i diavoli vengono per nuocere.
                                                                                                                                                                              


 L'ARTEFICE RITROVATO  di Massimo DE CHIARA  

   

   Nella concezione presepiale de “La Scarabattola”, intorno alla scena centrale della Natività, a sua volta variamente immaginata e rappresentata, ruota una miriade di personaggi. In questi “caratteri”, vera forza espressiva del “maestro” che li realizza con realismo crudo e talvolta esasperato, sono simboleggiate tutte le istanze, le illusioni, le vaghezze, la disperazione e le ostentazioni di un popolo da sempre sofferente. L’impianto scenico concepito da “La  Scarabattola” è tutto un fluire di straordinarie figure mirabilmente scolpite. I maestri della bottega, alla maniera dei grandi interpreti del teatro della vita di questa città che cela alchemici segreti, si calano nei personaggi da essi stessi creati, e pertanto assolutamente nuovi, fino a penetrarli nel profondo. Li conoscono. Li fanno propri e ne diventano padroni in senso assoluto. Sanno così, alla fine di un processo misterioso ed irripetibile, vivere le vite di tutte le loro creazioni e, per questo, sono capaci di dar loro un carattere visibile, di vestirli a dovere, di addobbarne i corpi, di storpiarne o nobilitarne le espressioni e le movenze.
   Non è, dunque, l’acritica ripetizione di modelli della tradizione, come purtroppo una certa produzione di settore ancora ci sottopone, ma la colta applicazione di un approccio metodologico tradizionale alla realtà contemporanea. I volti, i “caratteri”, i “tipi” delle loro figure sono quelli della folla chiassosa e caratteristica dei vicoli della città.
   Ci troviamo, finalmente, davanti ad una innovazione effettiva e leggibile che, nel rispetto di un passato di alto livello culturale, ripropone un modus operandi che può, ancora una volta, risultare vincente.

L’artigianato moderno, dopo decenni di degrado caratterizzato dal progressivo arretramento del rapporto ideazione-produzione (avvenuto per vari e complessi motivi), teorizza e sperimenta la rinascita mediante la riacquisizione proprio di quell’approccio metodologico di cui si parlava. In questo senso, riteniamo, gli Scuotto e la loro “bottega” possono essere considerati un modello da comprendere e seguire.  Il loro operare, talvolta semplicisticamente definito “figurativo”, quasi sinonimo di “superato” in un epoca in cui l’arte è  alla disperata ricerca di contenuti e forme, può essere invece considerato addirittura scientifico poiché, aldilà delle scelte in termini di linguaggio espressivo, possiede la ricchezza dei contenuti teorici e delle idee. E’ un lavoro, il loro, che sulla base di un processo di analisi e sintesi raggiunge talvolta momenti alti di autentica poesia.
Questa correttezza d’approccio, ed è questo il dato fondamentale, si è rivelata pagante, dimostrando come sia vero che il mercato contenga in sé potenzialità di inserimento insospettabili. Anche per l’arte.
A patto, però, sia chiaro, che dietro il prodotto ci sia la credibilità e la storicizzazione del percorso di chi opera.
Come dimostra anche l’ultima sperimentazione attuata dal gruppo che, intuendo quanto potrebbe essere fondamentale per l’artigianato in genere e per quello di settore superare gli angusti confini del folklore e della curiosità, ha immaginato dapprima l’inserimento del diavolo, simbolo del male e dell’imperfezione umana, nell’universo presepiale, per poi individuarne le istanze tradizionali-simboliche e ricacciarlo nel mondo. Come? Trasformandolo in elemento decorativo di un accessorio dell’abbigliamento femminile: la scarpa. Operazione, questa, sicuramente forte e provocatoria. Ma portatrice di un suggerimento prezioso: quello, cioè, di sondare con un po’ di coraggio nuove strade per esportare la cultura, anche popolare, della città, al di fuori e al di sopra degli stereotipi,  preparandosi ad affrontare adeguatamente l’inserimento in un mercato più ampio ed esigente e a tenere a bada gli assalti di una globalizzazione incolta e sfrenata.