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Che
venga a tirarci i piedi e troverà pane per i suoi denti. Noi napoletani
ci abbiamo sempre scherzato, lo abbiamo schernito, rappresentato, cercato
ma evitando di prenderlo troppo sul serio ci siamo tenuti al riparo dalle
sue trappole più atroci. Nella nostra tradizione, non si tratta
propriamente del Maligno, ma di un monito ad una rilassatezza morale che
siamo abituati a riconoscerci: è il senso di colpa per aver anteposto il
piacere al dovere, la cura alla prevenzione, il presente al futuro. Cos'è
il Pulcinella, se non una vittima cosciente e divertita di ogni
tentazione? Avrà poi tempo e modo di curare il male che verrà o di
scaricarne la colpa e le conseguenze su qualche altro, diventando
tentatore o ingannatore a propria volta. Disillusi per nascita da legioni
di lingue mielose che ci hanno promesso da secoli un riscatto in cambio
dell'anima, ai napoletani un diavolo non sembra cosa rara o terribile.
Quanto agli incidenti quotidiani, sarà il diavolo che ci ha messo la
coda, ma resta un'ottima occasione per giocare un terno. Insomma, non
tutti i diavoli vengono per nuocere.
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Nella concezione
presepiale de “La Scarabattola”, intorno alla scena centrale della
Natività, a sua volta variamente immaginata e rappresentata, ruota una
miriade di personaggi. In questi “caratteri”, vera forza espressiva
del “maestro” che li realizza con realismo crudo e talvolta
esasperato, sono simboleggiate tutte le istanze, le illusioni, le
vaghezze, la disperazione e le ostentazioni di un popolo da sempre
sofferente.
L’impianto
scenico concepito da “La Scarabattola”
è tutto un fluire di straordinarie figure mirabilmente scolpite. I
maestri della bottega, alla maniera dei grandi interpreti del teatro della
vita di questa città che cela alchemici segreti, si calano nei personaggi
da essi stessi creati, e pertanto assolutamente nuovi, fino a penetrarli
nel profondo. Li conoscono. Li fanno propri e ne diventano padroni in
senso assoluto. Sanno così, alla fine di un processo misterioso ed
irripetibile, vivere le vite di tutte le loro creazioni e, per questo,
sono capaci di dar loro un carattere visibile, di vestirli a dovere, di
addobbarne i corpi, di storpiarne o nobilitarne le espressioni e le
movenze.
Non
è, dunque, l’acritica ripetizione di modelli della tradizione, come
purtroppo una certa produzione di settore ancora ci sottopone, ma la colta
applicazione di un approccio metodologico tradizionale alla realtà
contemporanea. I volti, i “caratteri”, i “tipi” delle loro figure
sono quelli della folla chiassosa e caratteristica dei vicoli della città.
Ci
troviamo, finalmente, davanti ad una innovazione effettiva e leggibile
che, nel rispetto di un passato di alto livello culturale, ripropone un
modus operandi che può, ancora una volta, risultare vincente.
L’artigianato
moderno, dopo decenni di degrado caratterizzato dal progressivo
arretramento del rapporto ideazione-produzione (avvenuto per vari e
complessi motivi), teorizza e sperimenta la rinascita mediante la
riacquisizione proprio di quell’approccio metodologico di cui si
parlava. In questo senso, riteniamo, gli Scuotto e la loro “bottega”
possono essere considerati un modello da comprendere e seguire.
Il loro operare, talvolta semplicisticamente definito
“figurativo”, quasi sinonimo di “superato” in un epoca in cui
l’arte è alla disperata
ricerca di contenuti e forme, può essere invece considerato addirittura
scientifico poiché, aldilà delle scelte in termini di linguaggio
espressivo, possiede la ricchezza dei contenuti teorici e delle idee.
E’
un lavoro, il loro, che sulla base di un processo di analisi e sintesi
raggiunge talvolta momenti alti di autentica poesia.
Questa
correttezza d’approccio, ed è questo il dato fondamentale, si è
rivelata pagante, dimostrando come sia vero che il mercato contenga in sé
potenzialità di inserimento insospettabili. Anche per l’arte.
A patto, però, sia chiaro, che dietro il prodotto ci sia la credibilità
e la storicizzazione del percorso di chi opera.
Come dimostra anche l’ultima sperimentazione attuata dal gruppo che,
intuendo quanto potrebbe essere fondamentale per l’artigianato in genere
e per quello di settore superare gli angusti confini del folklore e della
curiosità, ha immaginato dapprima l’inserimento del diavolo, simbolo
del male e dell’imperfezione umana, nell’universo presepiale, per poi
individuarne le istanze tradizionali-simboliche e ricacciarlo nel mondo.
Come? Trasformandolo in elemento decorativo di un accessorio
dell’abbigliamento femminile: la scarpa. Operazione, questa, sicuramente
forte e provocatoria. Ma portatrice di un suggerimento prezioso: quello,
cioè, di sondare con un po’ di coraggio nuove strade per esportare la
cultura, anche popolare, della città, al di fuori e al di sopra degli
stereotipi, preparandosi ad
affrontare adeguatamente l’inserimento in un mercato più ampio ed
esigente e a tenere a bada gli assalti di una globalizzazione incolta e
sfrenata.
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