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IL MONDO SOSPESO

IL MONDO SOSPESO – NATALE 2005

I fratelli Scuotto salutano la chiesa di San Severo al Pendino con una mostra dedicata al Presepe napoletano e alle sue possibili contaminazioni con il contemporaneo. Personaggi nuovi dalla forza simbolica ed evocativa degna di quelli tradizionali invadono la scena della Natività. I guappi, il femminello, “ciruzzo ‘o niro”, le donne nude, “Giacomino”, solo alcuni dei nuovi soggetti che caratterizzano il presepio secondo la nuova visione dei fratelli Scuotto.

Testo di P. Gargano

Il pastoraro che crea pastori diventato a sua volta pastore. Questo pezzo in vetrina, una frenata brusca, uno spagnolo uscito dall’auto incantato: così piccoli capolavori andarono al Palazzo reale di Madrid e si avviò la parabola dei fratelli Scuotto. Il tempo va, ma questi giovani, antichi e modernissimi artigiani dell’arte, non hanno perso la voglia di esplorare, di scavare nella tradizione e nella fantasia, mischiandoli – Napoli che cos’è se non un’eterna ‘mmescafrancesca? – fino a ricavarne originalità. La pura creta, plasmata e lucente, diventa la materia di una sfida. La nuova prova è la mostra Il mondo sospeso. Presenze e assenze nel presepio napoletano: pieni e vuoti in armonica sequenza documentati nel catalogo dalle belle foto di Sergio Siano. Esemplare di uno stile è il gruppo ricavato dalla Parabola dei ciechi di Pieter Brueghel il vecchio, orgoglio del Museo di Capodimonte. Nel Vangelo secondo Matteo è scritto che quando un cieco guida un altro cieco tutti inesorabilmente finiranno nel fosso. L’angoscia dell’uomo caduto scolpito dagli Scuotto è più evidente di quella espressa nella tela; e tuttavia più speranzosi di scintilla sono gli occhi bianchi degli altri ciechi, rivolti all’alto. Sembra di risentire la poesia che Baudelaire da Brueghel ricavò: … O città! Mentre che attorno a noi tu canti, ridi e sbraiti, innamorata del piacere fino all’atrocità, guarda! anch’io mi trascino, ma più inebetito d’essi io dico: cosa chiedono al cielo, tutti questi ciechi? Forse è un azzardo, ma viene naturale pensare al momento cupo della città nostra: e il presepio è questo, un mondo in divenire, un viaggio senza fine tra il remoto ieri e l’incerto oggi: del presente e dell’assente. C’è di più. Se il Protovangelo di Giacomo narra che non appena nacque il Redentore il mondo cadde nell’immobilità e nel silenzio totali, e se il presepio coglie quel baleno pietrificato, esso può diventare perfino movimento nel gioco dei chiaroscuri e delle prospettive. E’ come ripassare, aggiornandolo, il passaggio stesso del presepio dall’unica dimensione della Natività raffigurata su una tela o un bassorilievo alla plastica tridimensionale delle figurine scolpite o plasmate. E’ come se i ciechi di Brueghel si staccasero dal quadro per venire ad ammonire il Natale napoletano. Nei pastori nuovi degli Scuotto convivono una chiarezza di immediata lettura e un senso parallelo e più complesso. Fanno pensare, se si vuole. Prendete un altro gruppo, quello dei guappi che si sfidano nel duello rusticano detto zumpata. Raffigura la legge del più forte, tanto di moda. Ma a esso si oppone l’altro duello fra l’angelo e il diavolo e alla fine l’angelo vince, perché lo impone la speranza nel bene. Altri gruppi partono da ancora più lontano. Gli angeli in trionfo sono classici e magnifici, ma quel puttino ha un’aria greca. Uno simile chi scrive queste righe lo ritrovò nel museo di Efeso, era un oggetto votivo. E greca fu Napoli delle origini; greci (e poi romani) furono gli ex voto di argilla portati ai templi degli dei e realizzati nel labirintico cuore di pietra della città, dove ancor oggi si aprono le botteghe dei pastorari. Da lontano vengono pure le lavandaie riapparse sulla scene presepiale, le stesse che nei Vangeli apocrifi nella santa notte s’improvvisarono levatrici di Maria. Un’altra metafora, quello sciacquare panni magari insanguinati dal parto? Chi sa. Di certo resta una piccola via tracciata, utile a sciogliere il lacerante dubbio di Napoli: partendo dalla tradizione si può, si deve rinnovare.
Pietro Gargano

VIDEO

PHOTOS by Sergio Siano